Orto… che? E’ la prima domanda che ci sentiamo porre appena ci presentiamo a qualcuno come ortottisti. Qualche genitore attento però ci conosce bene e ha deciso di far seguire i propri figli durante la loro crescita: un percorso che può portare, negli anni, alla scoperta di piccole sorprese sulle quali intervenire subito: un semplice deficit di convergenza o un piccolo disturbo della motilità oculare non corretto che provoca però fastidi nell’applicazione scolastica; un disturbo specifico dell’apprendimento, come la dislessia, che nasconde dietro di se’ un’alterazione visiva più complessa. Seguire i bambini durante la loro crescita vuol dire anche farsi piccoli con loro, proporre loro ogni controllo come fosse un gioco, riuscendo contemporaneamente a catturare la loro attenzione, appuntare ogni alterazione emersa durante i test nonostante la scarsa collaborazione di un piccolo paziente che, distratto da ogni cosa e poco contento di trovarsi in uno studio medico farebbe un’enorme difficoltà a mantenere la fissazione su un oggetto.
Ma tutto ciò vuol dire anche ottenere enormi soddisfazioni: vedere dei miglioramenti sorprendenti in bambini che inizialmente avevano delle difficoltà che sembravano non essere superabili; che lamentavano mal di testa, visione confusa, bruciore o rossore negli occhi ed enormi difficoltà a concentrarsi a scuola e vedere gli enormi progressi dopo pochi accorgimenti ed un periodo di riabilitazione. Essere ortottisti, però, è anche prendersi cura della vista di persone adulte ed anziane, spiegando loro le cause di ciò che li preoccupa, rassicurandoli anche semplicemente durante l’esecuzione di un’esame strumentale che può risultare infinito o fastidioso. Essere ortottista richiede sicuramente tanta pazienza ed empatia ma è la scelta migliore che io abbia potuto fare.